Ispirazioni

La contemplazione del ginko

Ginko è un relitto: per la sua famiglia è come l’ultimo dei mohicani. E in questo assomiglia a noi sapiens, anche noi gli ultimi di una lunga serie di altre specie di uomini, ormai estinti. Questa inconsueta analogia ci spinge a questo post, dal sapore un po’ filosofico.

Ginko è decorativo, tutto dorato nel tardo autunno.  Nei nostri parchi è il produttore di una grafica teatrale: anche senza fiori e senza profumi tappezza di giallo scuro la terra sotto di sé, vivacizzando il giardino o la boscaglia e si staglia colorato tra le tonalità che precedono l’inverno. Chissà l’effetto che faceva questa coltre gialla milioni di anni fa agli occhi dei dinosauri, quando era molto più diffuso su tutti i continenti, prima di restringersi selvaggio in una sola foresta della Cina.

Ma Ginko è soprattutto resistente. Anzi è un simbolo incrollabile della resistenza. Neppure le radiazioni atomiche di Nagasaki sono riuscite a seccarlo, spogliarlo o bruciarlo. Non è attaccato facilmente da insetti o funghi, resiste al fuoco, ha per cugini immensità come le sequoie o quasi alieni come le araucarie.  E’ una pianta arcaica, senza fronzoli, senza insetti o uccelli che la aiutino a riprodursi, senza resine odorose. Eppure è qui da centinaia di milioni di anni: quando l’erba ancora non c’era, il ginko c’era già.

Il ginko potrebbe perciò insegnarci molto. Ad esempio, come attraversare il tempo resistendo a tutto, come valorizzare la semplicità e la frugalità, come ridimensionare il proprio successo per adattarsi e prosperare. Purtroppo invece l’uomo attuale non sa farlo così bene, anzi forse non sa proprio farlo e non ha più neppure un pezzettino di pianeta dove ritirarsi aspettando che passi l’onda tossica che ha agitato.

Dalle nostre parti non ce ne sono molti e sono piantati soprattutto in aree pubbliche. Eppure a fine autunno, contribuendo alla tavolozza del foliage, quelle coriacee foglie gialle bilobate, sui rami e a terra, dovrebbero anche loro suscitare le nostre riflessioni e e i nostri stupori. Così come li ottengono i più famosi petali di ciliegio nell’hanami primaverile, finanche qui a Roma, all’Eur.

Lo sgomitare tra gimnosperme e angiosperme dura ormai da milioni d’anni e quest’ultime stanno vincendo, per ora. Facile, hanno i fiori. Eppure anche il ginko gode di estimatori tra gli uomini, mica solo le rose:

“La foglia di quest’albero dell’oriente

affidato al mio giardino

sensi segreti fa gustare

al sapiente, e lo conforta.

E’ una sola cosa viva, che in se stessa si è divisa? ”

scrive Goethe nel 1815 in una lettera alla giovane Marianne Jung, allegandole due foglie accostate a mo’ di cuore.  

Ecco perché celebriamo questo albero come un esempio da contemplare in questi tempi incerti.

                                                                                                                     

(dedicato a S., che ci fornì l’ispirazione)

Note di commento

Qualche bell’esemplare di ginko si trova a Roma a Villa Sciarra e al Pincio, trovando ingialliti in tardo autunno sia i rami che il terreno. Si tratta sicuramente di cloni maschili, visto che le piante femmine producono un frutto estivo che marcisce con un odore molto sgradevole.

Giunto dal Giappone in Europa all’inizio del ‘700,  è un albero diffuso in molti parchi e giardini pubblici di diverse nostre città. Ad esempio, a  Milano si trova nell’orto botanico di Brera. Il primo esemplare in Italia fu importato a Padova.

Diversi i luoghi di coltivazione, dei quali uno piuttosto esteso si trova nelle foreste casentinesi.

In farmacopea,  è usato come estratto di foglie per le sue qualità neurotrofiche e vasoattive, più o meno dimostrate. Nella medicina tradizionale cinese, il suo seme avrebbe effetti sull’orbita funzionale del polmone.

Per chi volesse approfondire, rimandiamo a un grande paleobotanico:  Peter Crane – Ginko. L’albero dimenticato dal tempo – edito presso Olschki nel 2020.

Per questo post, è stato inoltre consultato di Lanzara e Rivosecchi – Alberi a Roma – Iacobelli editore 2016.

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